POST 19 LUGLIO 2012

Lunedì 23 luglio
Gv 15,1-8

Gesù, dicendo ai discepoli «Io sono la vite, voi i tralci», vuole che comprendano bene il tipo di legame che c’è tra lui e i suoi. Un tralcio vive e dà frutto unicamente se resta attaccato alla vite; se venisse tagliato si seccherebbe e morirebbe. Restare legati alla vite è pertanto essenziale per i tralci. E la linfa che la vite immette nel tralcio è detta da Gesù con queste semplici parole: «Non vi chiamo più servi… vi ho chiamati amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre mio ve l’ho fatto conoscere». La sostanza del legame tra Gesù e i discepoli è l’amicizia. Gesù non ha servi, ma solo amici.  «Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici», dice quella sera poco prima di morire. Gesù prova per tutti amicizia. E se proprio si vuole trovare una preferenza, è nei confronti dei più deboli, dei poveri, dei peccatori e degli esclusi. Nessun uomo, nessuna donna per lui sono nemici; non c’è traccia di cultura del nemico nei Vangeli. Semmai c’è un’incredibile testimonianza di amicizia. I suoi discepoli sanno che questo è il tesoro che debbono vivere e comunicare.

Martedì 24 luglio
Mt 12,46-50

È un episodio riportato da tutti i Sinottici, nonostante i problemi che sembra suscitare. Gesù sta parlando alla folla, quando sua madre e i suoi fratelli arrivano e cercano di parlargli. Per la gran calca di gente non riescono a raggiungerlo. L’Evangelista nota che i parenti stanno fuori, non sono cioè tra coloro che ascoltano. Così accade a chi si sente talmente parente di Gesù da non sentire più il bisogno di ascoltarlo. Gesù risponde che sua madre e i suoi parenti sono quelli che lo ascoltano, ossia coloro che stanno dentro la predicazione del Vangelo. Per un mondo, come quello   ebreo, che considerava i rapporti di sangue un fattore determinante per l’appartenenza religiosa, questo misconoscimento dei familiari risulta davvero sconcertante. Gesù, in verità, indica la sua nuova famiglia: quella composta dai suoi discepoli, da coloro che lo seguono, che hanno fiducia in lui. Il legame del sangue e del clan, il vincolo di nazione o di patria, non sono decisivi per il regno di Dio. Anzi dentro di essi, per quanto profondi, passano come una spada le esigenze della Parola di Dio, perché siano giudicati e se necessario purificati. La comunità cristiana diviene la famiglia di Gesù, ed è molto più larga e salda di quella naturale, appunto perché fondata sulla Parola di Dio. Per alcuni (i soli, i poveri, gli abbandonati) è spesso l’unica famiglia che sa accoglierli; per tutti è esempio di vita fraterna.

Mercoledì 25 luglio
Mt 20, 20-28

Gesù prese disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».

Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».

Gesù chiama i sui discepoli a seguirlo. Come i discepoli, anche noi non sempre capiamo  il disegno di amore del Signore per la nostra vita e cerchiamo una sistemazione, un ruolo. L’episodio narrato da Matteo circa la richiesta di  avere un posto alla destra di Gesù è significativo. L’incontro con Gesù risorto e l’accoglienza dello Spirito Santo nel proprio cuore hanno reso molti discepoli testimoni del Vangelo, fino al martirio. Hanno bevuto lo stesso calice bevuto da Gesù. La vita diventa dono pieno, facendo quanto ci è chiesto dal Signore.

Giovedì 26 luglio
Gv 20,1-2.11-18

Oggi la liturgia a memoria di Maria Maddalena. Originaria di Magdala incontrò Gesù che la liberà da sette demoni. Da allora si mise alla sua sequela e no lo abbandonò più, né vivo né da morto. Il Vangelo ce la presenta mentre sta accanto al sepolcro e piange. La perdita dell’unico che l’aveva capita l’ha fatta correre e l’ha indotta a cercarlo Noi troppo poco piangiamo la perdita del Signore! Maria è sconsolata. A tutti, ai due angeli e al giardiniere chiede di Gesù. È tutta tesa alla ricerca del Maestro, null’altro le interessa. Maria è l’esempio della vera credente che cerca il suo Signore. Lo chiede anche al Giardiniere. Ella vede Gesù con gli occhi ma non lo riconosce finché viene chiamata per nome. È quel che accade anche a noi con il Vangelo. Non gli occhi ci permettono di riconoscere Gesù, ma la voce. Quel timbro, quel tono, quel nome pronunciato con una tenerezza che tante volte le aveva toccato il cuore, fanno cadere la barriere, e Maria riconosce il suo maestro. Ascoltarlo anche una sola volta significa non abbandonarlo più.

La voce di Cristo (il Vangelo non si dimentica: udita per un attimo, non vi si rinuncia più. La famigliarità con il Signore costituisce la via per vederlo e incontrarlo. Maria si getta ai piedi di Gesù e lo abbraccia con l’affetto struggente di chi ha ritrovato l’uomo decisivo della sua vita. Ma Gesù le dice: «Non mi trattenere… va piuttosto dai miei fratelli». L’amore evangelico è un’energia che spinge ad andare oltre Maria fu ancor più felice mentre correva nuovamente verso i discepoli  per annunciare a tutti.: «Ho visto il Signore». Lei, la peccatrice è divenuta la prima annunciatrice del Vangelo. Per questo la tradizione bizantina la chiama l’apostola degli apostoli.

Venerdì 27 luglio
Mt 13,18-23

Il Vangelo ci presenta Gesù lungo il mare di Galilea, costretto a salire su di una barca a motivo della numerosissima folla radunatasi attorno a lui. E narra una parabola importante. E, caso raro nei Vangeli, la spiega lui stesso. Il senso di fondo della parabola è chiaro: si deve vivere dell’ascolto del Vangelo e non della propria presunzione. Il seminatore esce per seminare e a larghe bracciate getta il seme.

Sembra non preoccuparsi di scegliere il terreno, visto che molti semi vanno perduti. Solo quelli che cadono sulla terra buona danno frutto. Gesù, anche se non lo dice, si paragona al seminatore. È sua, tipicamente sua, certo non nostra, la generosità nello spargere il seme. Quel seminatore non è un misurato calcolatore; e, per di più, sembra riporre fiducia anche in quei terreni che sono più una strada o un ammasso di pietre che una terra arata e disponibile. Eppure anche là il seminatore getta la semente, sperando che attecchisca. Certo è che tutto il terreno è importante per il seminatore. In effetti non c’è parte di questa terra che egli non consideri degna di attenzione. Nessuna porzione è scartata. Il terreno è il mondo, anche quella parte di mondo che è ciascuno di noi. Non è difficile riconoscere nella diversità del terreno la complessità delle situazioni del mondo e quelle di ciascuno di noi. Gesù non vuol dividere gli uomini e le donne in due categorie, quelli che rappresentano il terreno buono e gli altri quello cattivo. Ciascuno di noi riassume tutte le diversità di terreno riportate dal Vangelo. Magari un giorno è più sassoso e un altro meno; altre volte accoglie il Vangelo ma poi si lascia sorprendere dalla tentazione; e in un altro momento ascolta e porta frutto. Una cosa è certa per tutti: c’è bisogno che il seminatore entri nel terreno, rivolti le zolle, tolga i sassi, sradichi le erbe amare e getti con abbondanza il seme. Il terreno, che sia sassoso o buono, quasi non importa, deve accogliere il seme, ossia la Parola di Dio. Essa è sempre un dono. Ma pur venendo da fuori entra così profondamente nel terreno da diventare una cosa sola con esso. Le nostre mani, abituate forse a toccare cose che giudichiamo grandi di valore, considerano poco questo piccolo seme. Quante volte abbiamo ritenuto ben più importanti le nostre tradizioni e le nostre convinzioni rispetto alla debole e fragile parola evangelica! Eppure, come nel piccolo seme è raccolta tutta la forza che porterà alla pianta futura, così nella parola evangelica risiede l’energia che crea il nostro futuro e quello del mondo. L’importante è non contrastarla.

Sabato 28 luglio
Mt 13,24-30

La parabola della zizzania è stata forse tra le parole evangeliche decisive in alcuni momenti storici quando maggiormente gli uomini religiosi videro minacciati i diritti della verità e sentirono l’esigenza di difenderli. Si può dire che una lunga vicenda di guerre di religione, condotte da cristiani, abbiano trovato principalmente in questo testo scritturistico un ostacolo capace di indurre riflessioni, ripensamenti e dubbi. Il padrone del campo, infatti, ha un comportamento assolutamente singolare. Egli si rende conto che un nemico ha seminato la zizzania là dov’egli aveva seminato il seme buono. Eppure, ai servi che gli fanno notare l’accaduto, impedisce di tagliare l’erba cattiva fin dall’inizio. Perché questo padrone ferma lo zelo di quanti in definitiva vogliono solo difendere l’opera sua? La domanda ci introduce nel mistero dell’amore di Dio che è più grande delle nostre logiche. Potremmo dire che da questa parabola inizia la storia della tolleranza cristiana, perché secca in radice l’erba malvagia del manicheismo, della distinzione tra buoni e cattivi, tra giusti e ingiusti. In essa c’è non solo l’invito ad una illimitata tolleranza, ma persino al rispetto per il nemico, anche quando fosse nemico non solo personale ma della causa più giusta e più santa, di Dio, della giustizia, della nazione, della libertà. Questa parabola, così lontana dalla nostra logica e dai nostri comportamenti, fonda una cultura di pace. Oggi, mentre proliferano tragici conflitti, questa parola evangelica è un invito all’incontro e al dialogo. Tale atteggiamento non è segno di debolezza e di cedimento. E’ concedere ad ogni uomo la possibilità di scendere nel profondo del proprio cuore per ritrovare l’impronta di Dio e della sua giustizia.

LA PAROLA

SALVEZZA

La salvezza secondo la fede cristiana…ci è offerta nel senso che ci è stata data la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente, anche un presente faticoso, può essere accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino.

Benedetto XVI

VIAGGIO ALLA CERTOSA DI SERRA SAN BRUNO

L’anno di nascita della certosa è il 1090, anno in cui San Bruno giunse in Calabria. Egli aveva già fondato la grande Chartreuse presso Grenoble in Francia, dando il via alla storia dell’ordine. Il terreno che ospita la certosa, fu donato dal conte Ruggero il normanno. Si trova a circa 850 metri d’altezza, nel cuore della Calabria. Come scrive lo stesso San Bruno per la sua bellezza e amenità, il luogo si presenta come ideale per la contemplazione divina, la solitudine, il silenzio.

È qui che Bruno fonda l’eremo di Santa Maria del Bosco e poco distante, a 2 km, ove sorge l’attuale certosa, fonda per i conversi il monastero di S. Stefano, ma dopo soli dieci anni muore Bruno circondato dai suoi confratelli. Da questo momento in poi la certosa è retta da Lanuino grande amico del santo, a cui succedono altri uomini ispirati agli insegnamenti di San Bruno.

Dal 1193 al 1500 l’indirizzo monastico cambia, passando dalla regola certosina-eremitica a quella cistercense-cenobitica.

Nei primi anni del 1500 vengono ritrovati i corpi di Bruno e Lanuino, dei quali si era persa traccia nel corso dei secoli. Il ritrovamento è un grande evento, le reliquie sono portate in processione il martedì di pentecoste (processione che da allora si svolge ogni anno). A seguito di questi eventi che nel 1514 papa Leone X a Serra santifica Bruno e richiama i certosini.

Inizia un periodo di grande splendore per la comunità. Ma nel 1783 un terribile sisma distrugge la certosa, si contano circa 40.000 vittime in tutta la Calabria. I monaci sono costretti ad abbandonare la struttura, finché nel 1808 un decreto di G. Napoleone la sopprime.

Nel 1826 il comune di Serra acquista l’edificio. Re Ferdinando II nel 1856 dà nuova vita alla certosa con un decreto. Con a capo un priore, ed alcuni certosini, che contribuiranno alla rinascita della comunità e alla ricostruzione della certosa. Progressi andati avanti inarrestabili fino ad oggi.


LA NATURA DELLA CERTOSA DESCRITTA DA SAN BRUNO

In una lettera indirizzata a Rodolfo il Verde San Bruno scrive: «In territorio di Calabria, con dei fratelli religiosi, io abito in un eremo abbastanza lontano, da tutti i lati, dalle abitazioni degli uomini. Della sua amenità, del suo clima mite e sano, della pianura vasta e piacevole che si estende per lungo tratto tra i monti, con le sue verdeggianti praterie e i suoi floridi pascoli, che cosa potrei dirti in maniera adeguata? Chi descriverà in modo consono l’aspetto delle colline che dolcemente si vanno innalzando da tutte le parti, il recesso delle ombrose valli, con la piacevole ricchezza di fiumi, di ruscelli e di sorgenti? Né mancano orti irrigati, né alberi da frutto svariati e fertili».

DIARIO DI VIAGGIO

Cari amici durante il mio viaggio ho scoperto che:

Nel marzo del 1938 il fisico Ettore Majorana, allievo di Enrico Fermi scomparve all’età di 32 anni. Lo scrittore Leonardo Sciascia ipotizzò che in realtà si fosse ritirato a vita eremitica nella Certosa di Serra San Bruno ma questo fu sempre negato dai monaci dell’ordine certosino. Nel 1997 poi, uno scoop del Corriere rivelò che Majorana morì nel 1987 a 81 anni ma nella Certosa di Farneta in provincia di Lucca.

Fu ospite certo, invece, Lennann Leroy, un reduce americano della Guerra di Corea, confuso dai media con il pilota che sganciò la bomba atomica a Hiroshima.

Alla prossima puntata…Rosario Carello

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03 Lug 2012 alle 12.12 Post

5 Commenti su POST 19 LUGLIO 2012

  1. gentilissima redazione di a sua immagine,grazie mille per quello che fate con la parola di dio per noi lettori tutti i giorni. è per me il pane quotidiano da gustare dì per dì e che mi nutre interiormente facendomi vivere sempre più in armonia con dio. grazie e buon lavoro.

  2. vincenzo il 24 Lug 2012 alle 10.10
  3. ogni settimana leggo con piacere e attenzione ogni parola,Viola.

  4. Viola il 27 Lug 2012 alle 04.04
  5. Grazie di essere sempre con noi anche d’estate, con i magnifici reportage sui monasteri e chiese d’italia. Ascoltare la parola di Dio è linfa per l’anima. Vi ringrazio di cuore.

  6. graziella il 27 Lug 2012 alle 08.08
  7. il commento ai Vangeli è per me la preghiera giornaliera, che mi porta vicino al Signore e mi fa accettare i tanti problemi che la vita, in questo periodo, mi sta mandando.

  8. ede rosa il 28 Lug 2012 alle 08.08
  9. restare legati alla vite è essnziale per i tralci

  10. virginia il 06 Set 2012 alle 02.02

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