POST 12 LUGLIO 2012
COMMENTO AL VANGELO DI MONS. VINCENZO PAGLIA
TROVIAMO NOI STESSI QUANDO TROVIAMO GESU’
Lunedì 16 luglio
Mt 10,34-11,1
Gesù chiede ai discepoli un amore così radicale da superare anche quello per i familiari. Solo chi ha questo amore è degno del Signore. Per tre volte in poche righe si ripete: essere degni di me; un’insistenza che contrasta con le parole del centurione che ripetiamo in ogni celebrazione eucaristica: «O Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto». In effetti, chi può dirsi degno di accogliere il Signore? Basta uno sguardo realistico alla vita di ciascuno di noi per renderci conto della nostra pochezza e del nostro peccato. Essere discepoli di Gesù non è né facile, né scontato, e non è frutto di nascita o di tradizione. Si è cristiani solo per scelta, non per nascita. E il Vangelo ci dice di quale altezza è tale scelta. I discepoli di Gesù sono coloro che condividono senza riserve la sua persona e il suo destino, sino ad identificarsi con lui. In tal senso il discepolo trova se stesso trovando Gesù.
È questo il senso delle parole che seguono: «Chi avrà trovato la sua vita la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà». È una delle frasi di Gesù più tramandate (ben sei volte è presente nei Vangeli). Ovviamente la prima comunità cristiana ne aveva compreso l’importanza e la vedeva realizzata anzitutto in Gesù stesso. Egli ha ritrovato la sua vita (nella resurrezione) perdendola (ossia, spendendola sino alla morte) per l’annuncio del Vangelo. È esattamente l’opposto della concezione normale della gente che crede di essere felice quando trattiene per sé la propria vita, il proprio tempo, le proprie ricchezze, i propri interessi; ma sappiamo i guasti che produce il sentimento di conservazione di se stessi e dei propri interessi a qualsiasi costo. Il discepolo, al contrario, trova la sua felicità nello spendere la propria vita per il Signore e per i poveri, nella rinuncia a conservare se stesso per darsi tutto al Signore.
Il manuale dei discepoli in missione – così possiamo definire il capitolo decimo di Matteo – viene chiuso dall’evangelista con alcune note sull’accoglienza loro riservata. È naturale che l’inviato si aspetti di essere accolto da coloro ai quali è mandato. Gesù stesso se lo augura e ne sottolinea la ragione di fondo: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». In questo versetto si condensa il perché della dignità del discepolo: la totale dipendenza dal Signore, al punto che la loro presenza significa quella di Gesù stesso. È ovvio che si tratta di accogliere il discepolo come profeta, ossia come colui che porta il Vangelo, che non annuncia la propria parola ma la Parola di Dio. E la ricezione della Parola è la ricompensa che il Signore promette a coloro che accolgono i suoi discepoli. Gesù li chiama anche piccoli: il discepolo, infatti, non possiede né oro né argento, non ha bisaccia e neppure due tuniche, e deve camminare senza portarsi né sandali né bastone (Mt 10,9-10). L’unica sua ricchezza è il Vangelo, di fronte al quale anche lui è piccolo e totalmente dipendente. Questa ricchezza dobbiamo accogliere; questa ricchezza dobbiamo trasmettere.
Martedì 17 luglio
Mt 11,20-24
Di nessuno Gesù ha parlato così a lungo come del Battista. Con una serie incalzante di domande lo presenta come il profeta che sa attendere il Signore, e ne fa l’esempio per i credenti di ogni tempo. Il Battista, con una vita austera, ha preparato anzitutto se stesso all’incontro con Dio, non si è trincerato dietro il facile orgoglio e tanto meno dietro un’autosufficienza che avrebbe anche potuto giustificare. Egli ha fatto violenza a se stesso per far crescere nel suo cuore l’uomo religioso che sa attendere Colui che il Signore invia come Salvatore. E poi con la predicazione ha cercato di aprire una via nel cuore degli uomini della sua generazione perché riconoscessero e accogliessero il Messia che Dio inviava tra gli uomini. In questo è davvero «il più grande tra i nati di donna»; un fratello unico che il Signore continua ad inviarci. Ogni generazione, anche la nostra, deve accogliere la sua testimonianza, lasciarsi cioè toccare nel profondo del proprio cuore dalla predicazione del Vangelo. La tentazione è quella di mettere continuamente le scuse più diverse (giocare o piangere) per non lasciarsi coinvolgere dalla Parola del Signore. Come per Giovanni e per la gente del suo tempo, anche per noi, si pone il momento della scelta per Gesù. Una scelta non rinviabile per nessuno. A noi, che abbiamo ricevuto molti più doni e molte più parole e segni di quanti ne ebbero Tiro e Sidone, verrà chiesto conto di quel che ne abbiamo fatto del Vangelo.
Mercoledì 18 luglio
Mt 11,25-27
Questo Vangelo ci richiama alla condizione di discepolanza che ogni credente deve vivere. È chiaramente espressa nella preghiera di Gesù al Padre: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (v. 25). Con queste parole Gesù benedice e ringrazia il Padre perché ha fatto conoscere il Vangelo del Regno ai piccoli. Che questa sia la volontà di Dio, Gesù se ne rende conto guardando quel gruppetto di uomini e di donne che lo seguono. Tra di loro non ci sono molti potenti e intelligenti; sono per lo più pescatori, impiegati di basso livello o comunque persone di ceto non elevato. Se qualche personaggio di rilievo si è avvicinato a Gesù (pensiamo al saggio Nicodemo), si è sentito dire che doveva rinascere di nuovo, tornare ad essere piccolo, altrimenti non sarebbe potuto entrare nel Regno dei Cieli. Solo ai piccoli, infatti, appartiene il Regno.
Piccolo è chi riconosce il proprio limite e la propria fragilità, chi sente il bisogno di Dio, lo cerca e si affida a lui.
Il testo evangelico, pertanto, quando parla con tono dispregiativo dei colti e intelligenti; né si riferisce a coloro che con fatica ricercano la verità e il miglioramento della vita personale e collettiva. Tutt’altro. Intende piuttosto quell’atteggiamento che trova il suo prototipo negli scribi e nei farisei. Costoro si sentono a posto davanti a Dio, ricchi delle proprie buone opere; si ritengono a tal punto colti delle cose di Dio da non avere il minimo di inquietudine; sono così sazi di se stessi che non sentono il bisogno di stendere la mano per chiedere l’aiuto a Dio.
Questa autosufficienza, inoltre, non è affatto neutra, si accompagna al disprezzo per gli altri, come Gesù stesso ci mostra nella parabola del fariseo e del pubblicano: il primo prega in piedi davanti l’altare mentre il secondo prostrato, in fondo, si batte il petto, pentito. Eppure, aggiunge Gesù, è proprio quest’ultimo ad essere giustificato.
Giovedì 19 luglio
Mt 11,28-30
Il Signore, come un amico buono, chiama a sé tutti coloro che sono affaticati e appesantiti dalla vita: da quel pubblicano al piccolo gruppo di uomini e donne che lo seguono, sino alle folle di prive di speranza, oppresse dallo strapotere dei ricchi,
colpite dalla violenza della guerra, della fame, dell’ingiustizia. Su tutte queste folle dovrebbero, oggi, risuonare le parole del Signore: «Venite a me, vi darò ristoro». Il ristoro non è altro che Gesù stesso: riposarsi sul suo petto e nutrirsi della sua Parola. Gesù, e solo lui, può aggiungere: «Prendete il mio giogo su di voi». Non parla del giogo della legge, il duro giogo imposto dai farisei. Il giogo di cui parla Gesù è il Vangelo, esigente e assieme dolce, appunto come lui. Per questo aggiunge: «Imparate da me che sono mite ed umile di cuore». Imparate da me: ossia divenite miei discepoli. Ne abbiamo bisogno noi; e soprattutto ne hanno bisogno le numerose folle di questo mondo che aspettano di ascoltare ancora l’invito di Gesù: «Venite e troverete il ristoro».
Venerdì 20 luglio
Mt 12,1-8
I farisei non perdono occasione per pensare male di Gesù (e dei suoi), e per accusarlo. Potremmo identificare il fariseismo con l’atteggiamento di chi cerca di salvare se stesso accusando gli altri, magari coprendosi dietro qualche regola. È un modo sottile di essere cattivi. I farisei rimproverano Gesù perché lascia prendere qualche spiga di grano ai discepoli durante il cammino, in giorno di sabato. Ma egli risponde con due esempi che mostrano la loro grettezza e cecità. E soprattutto ribadisce, con le parole di Osea, la larghezza del cuore di Dio: «Misericordia io voglio e non sacrificio» (Os 9, 13). Il Signore non desidera l’osservanza fredda ed esteriore delle norme, ma il cuore. Non si tratta di disprezzare le norme; Ma sopra ogni norma c’è la compassione, che è un dono da chiedere a Dio perché non viene dal nostro carattere o dalle nostre qualità. La compassione non lascia tranquilli – spinse lo stesso Signore a scendere sulla terra per salvare il suo popolo – e chiede ad ogni discepolo non l’avara osservanza di doveri e di prescrizioni ma la continuazione dell’opera di Dio tra gli uomini.
Sabato 21 luglio
Mt 12,14-21
Dopo il miracolo in sinagoga, Gesù si ritira in un luogo appartato e chiede che non si divulghi la notizia. Non è per starsene tranquillo, infatti guarisce tutti i malati che gli vengono portati. Ma non vuole apparire; non è venuto per essere lodato e ammirato, come talora i discepoli sono tentati di fare, seguendo in questo i farisei. Gesù è venuto per servire. E, con una lunga citazione di Isaia, si presenta appunto come servo, un servo buono, umile, mite. Non vuole apparire come un forte o un potente. Non sono le azioni politiche o le imprese economiche che Gesù sceglie per salvare il mondo dal male. La sua via è più profonda: è sradicare il male dalle sue vere radici che affondano nel cuore degli uomini. Per questo non contenderà, né griderà, non spezzerà la canna infranta e non spegnerà il lucignolo fumigante. La sua via è sollevare con cura e con misericordia chi giace a terra, sanare con prontezza le ferite di chi è colpito, rianimare chi è lasciato nell’abbandono, chinarsi su tutti perché si realizzi la giustizia di Dio. La via del Servo è la via stessa di Dio, quella dell’abbassamento dell’amore che giunge sino a lavare i piedi, sino a morire per salvare gli altri. È la via che Gesù indica ai discepoli di ogni tempo.
VIAGGIO ALLA MADONNA DEL SASSO
Santuario della Madonna del Sasso domina la città di Locarno dalla punta di uno sperone roccioso, a 370 metri. Propriamente situato nel Comune di Orselina, rappresenta uno sguardo privilegiato sul Lago Maggiore.
Le origini del Santuario della Madonna del Sasso sono legate a Fra’ Bartolomeo d’Ivrea, considerato il fondatore.
Il frate alla fine del XV secolo lasciò il Convento di San Francesco di Locarno, per abbracciare una vita da eremita insediandosi ai piedi della rupe, dove sorse una prima chiesa.
Alla fine del XVI secolo si diede avvio alla costruzione di una seconda chiesa, l’attuale Santuario, sulla sommità dello sperone roccioso, e alla progettazione di un percorso sacro, sull’esempio di altri Sacri Monti. Nacque così la Via Crucis.
Il complesso, proprietà del Convento dei cappuccini, fu espropriato nel XIX dalla Repubblica svizzera e divenne proprietà del Canton Ticino, ma ancora oggi i frati ne sono i custodi.
Già nel corso del XVI secolo, quando prende forma l’insediamento del Sacro Monte, vi accorrono infinite persone di diverse nazioni. Per secoli il Santuario sarà meta di devozione, visite e imponenti pellegrinaggi di fedeli provenienti principalmente dal Ticino e dal nord Italia.
Oltre al convento, il complesso architettonico comprende la chiesa dell’Annunciazione, le cappelle lungo la vecchia strada di accesso a valle col portico della croce, la salita della Via Crucis e le sue stazioni in edicole, la cappella della Pietà nel cortile, del Compianto sul Cristo morto, dell’Ultima Cena, e dello Spirito Santo, poste sotto il portico del santuario, la croce votiva cimiteriale, il sagrato e infine la Chiesa di Santa Maria Assunta detta Madonna del Sasso.
DIARIO DI VIAGGIO
Cari amici durante il mio viaggio ho scoperto che:
Il nome del Santuario è legato alla devozione del suo fondatore, Fra’ Bartolomeo. La tradizione racconta che il frate ebbe un’apparizione della Madonna, in seguito alla quale diffuse e promosse il culto di Maria tra la popolazione locale. La Chiesa è dedicata infatti a Santa Maria Assunta e racchiude alcuni preziosi tesori, tra cui alcune pregiate statue lignee e non solo. In una delle navate si trova la «Fuga in Egitto», opera del Bramatino risalente al 1520.
Il primo a proporre il racconto dell’apparizione è il canonico Giacomo Stoffio nel 1625, ossia 145 anni dopo i fatti. Dal 1480 inizia sul Sasso una presenza che inciderà profondamente nella storia di Locarno e delle terre circostanti. Alla prossima puntata. Rosario Carello
IL SANTUARIO VISTO DA UNO STORICO DELL’ARTE
Il viaggiatore, scrittore e storico dell’arte inglese Samuel Butler ha dato una descrizione che rende molto bene la storia, la devozione e la meraviglia di questo luogo di culto: «A Locarno fummo attirati dalle imminenti feste in onore del quarto centenario dell’apparizione della Vergine a Fra Bartolomeo da Ivrea, il quale fondò poi il Santuario. La grande attrazione di Locarno è il Sacro Monte che s’alza sopra la città. La chiesa contiene la miglior collezione di ex voto ch’io conosca dopo quella di Oropa; c’è pure un dipinto italiano moderno, il Trasporto del Ciseri, ammiratissimo. Il loggiato che guarda il lago è bellissimo. Gran folla accorse alle feste. Ci furon treni speciali da Biasca e dalle stazioni intermedie, e battelli speciali. La sera finalmente ecco l’apparizione della Vergine Benedetta».
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Caro Rosario, sei una persona simpatica, ti vedo tutte le domeniche,
sei molto cordiale.
Alla Madonna del sasso ci sono stata un po di anni fa, mi ricordo che da lassù si ammirava un bellimo panorama e le meravigliose montagne intorno, riflettevano austere nel lago sottostante.
Ricordo bene il meraviglioso dipinto dell’ultima cena, delle cappelle che rappresentano la via crucis. Dovrei ritornarci ancora perchè il ricordo si è svanito.
Grazie Rosario, perchè, leggendo il tuo racconto hai acceso in mè il desiderio di ritornarci. Cordiali saluti ciao!
buonasera, da più di un anno ricevo online il Vs giornale, che leggo con attenzione;
E’ per me un momento di serenità, con la recita del Santo Rosario da Lourdes e l’ascolto delle trasmissione “A Sua Immagine” durante la quale “tocchi con mano” le tante storie belle e commoventi di persone attrverso le quali non puoi che rafforzare la Tua Fede ed essere più vicina a chi ha bisogno sia materiale che morale.
Grazie, grazie davvero
Signore anch’io sono piccola e tanto bisognosa del tuo amore: che possa convertirmi in ogni momento delle mie giornate, viste le mie continue debolezze. E per questo imploro la tua costante presenza, con l’aiuto dello Spirito Santo che continua a plasmarmi l’anima e quella della mia Madre celeste Maria che vigila attenta sui miei passi, come su quelli di tutti. Nel messaggio di oggi (relativo ai messaggi della Madonna di Medjiugorie contenuti in un libro di 365 messaggi inerenti ai 365 giorni dell’anno)la Madonna ci incita a pregare di continuo, perchè non è vero che una giornata trascorsa senza preghiera non sia grave. E questo è proprio vero, perchè oggi non ho potuto pregare tanto come faccio tutti i giorni e mi sento incompleta. Cerco di rimediare ora, alla fine di una faticosa giornata, ringraziando il mio Signore della forza che mi ha dato e offrendogli tutta la mia miseria, perchè sono…tanto piccola. Spero allora, di entrare a far parte dei piccoli del Vangelo, degli ultimi, degli umili e far così la volontà di Dio. Rosanna Amira.
dio è il confine tra la vita celeste e la morte